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Consorzio per la Pubblica Lettura S. Satta: Rassegna "letture recitate" - Giovanni Carroni legge "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta
Nuoro - Mercoledì 31 marzo 2010 - Ore 18,30 - Auditorium Biblioteca Satta

Inserito il 30/03/2010 - Pagine: 1 - Letto: 5313 - Commenti: 0

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Rassegna "letture recitate" - Giovanni Carroni legge "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta


Immagine: BibliotecaSatta_Logo.jpg (click per ingrandire l'immagine)
Si conclude la prima la rassegna di "letture recitate" organizzata dal Consorzio per la Pubblica Lettura S. Satta di Nuoro in collaborazione con la compagnia Bocheteatro di Nuoro, grazie a un contributo della Fondazione Banco di Sardegna. Mercoledì 31 marzo alle ore 18.30, presso l'auditorium della Biblioteca Satta in Nuoro, Giovanni Carroni legge "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta, con le musiche in scena di Giuseppe Chironi.

NOTE

Il giudizio, quello che Salvatore Satta chiamava «il mistero del processo». Così lo definiva in questa straordinaria pagina:

Veramente processo e giudizio sono atti senza scopo, i soli atti della vita che non hanno scopo. Paradosso? No, non è un paradosso; è un mistero, il mistero del processo, il mistero della vita. Se noi contempliamo il corso della nostra esistenza, esso ci appare come un susseguirsi, un intrecciarsi, un accavallarsí di azioni […">: la vita stessa anzi non è altro che l'immenso fiume dell'azione umana […"> Ed ecco, ad un dato punto, questo fiume si arresta; anzi, ad ogni istante, ad ogni momento del suo corso si arresta, deve arrestarsi se non vuole divenire un torrente folle che tutto travolga e sommerga: l'azione si ripiega in se stessa, e docilmente, rassegnatamente si sottopone al giudizio. Perché questa battuta d'arresto è proprio il giudizio: un atto dunque contrario all'economia della vita, che è tutta movimento, tutta volontà e tutta azione, un atto antiumano, inumano, un atto veramente - se lo si considera, ben inteso, nella sua essenza - che non ha scopo”.

Per Satta la scrittura, in particolare ne Il giorno del giudizio, era come un groviglio di sentieri, i sentieri di un viaggio nel tempo, tra i morti, dai quali si sentiva invocato. Nel suo ritorno a Nuoro, a quel nido di corvi diviso come e più della Gallia, lo troviamo nel cimitero della città, di buon mattino, evitando di vedere e di essere visto. Perché sono soltanto i morti che lui voleva incontrare: a San Pietro, a Sèuna, a Santa Maria, quando ancora non c’era la luce elettrica e le solitudini percorrevano indisturbate quelle infinite desolazioni; sono morti che si chiamano don Sebastiano e donna Vincenza, primi fra tutti, e via via i molti altri personaggi che hanno vissuto, tra pena e dolore, una storia quasi impossibile a raccontare.

«In questo remotissimo angolo del mondo, da tutti ignorato fuori che da me, sento che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi, meno che da uno, quello di essere stati vivi». E poi ancora: «Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. […"> Forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria».

Così il suo viaggio prende forma, sostanza e giudizio. «Tu stai al mondo soltanto perché c’è posto!» dice don Sebastiano a donna Vincenza, mentre con il lume in mano la osserva in un angolo, più dimenticata che viva. E in questo giudizio, che costituisce poi una naturale dimensione, troviamo molti altri personaggi, potenti o deboli, fragili e meschini, astuti o dementi. Dal maestro Fadda ai fannulloni del caffè Tettamanzi, dal rottame Chischeddu al buffone di corte Fileddu. A Nuoro e nelle campagne, nelle case, a scuola. La severa affermazione di don Sebastiano, è bene precisarlo, non è affatto un’invenzione letteraria; è tuttora in uso in molte zone della Sardegna e costituisce una sorta di ammonimento, un pubblico rendiconto, un giudizio provvisorio che precede quello definitivo. Un giudizio che neanche la morte potrà mai cancellare.