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Rossella Urru - LIBERA
Articolo

Presentazione del libro “La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati
Nuoro - Lunedì 12 ottobre 2009 - Ore 18,30 - Auditorium Biblioteca Satta

Inserito il 09/10/2009 - Pagine: 1 - Letto: 8328 - Commenti: 0

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Presentazione del libro “La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati - 2009


La Città dei Ragazzi
di Eraldo Affinati (click per ingrandire l'immagine)La Città dei Ragazzi
di Eraldo Affinati
(click per ingrandire)
Si chiamano Ali, Mohammed, Francisco, Ivan. Hanno quindici anni, sedici anni. Vengono dal Maghreb, dal Bangladesh, da Capo Verde, dalla Nigeria, dalla Romania, dall’Afghanistan. Eraldo Affinati ha deciso di scoprire la sorgente: i luoghi e le ragioni profonde che spingono questi adolescenti a lasciare casa, lingua, madre e padre per sfuggire a guerra, povertà, miseria.

Qualsiasi gesto compiuto da un essere umano assume, prima o poi, rilievo collettivo»: è in questo assunto, presente nel suo ultimo libro, la dichiarazione di una condizione umana e di una poetica, nel caso di Eraldo Affinati, senza scarti, intimamente convergenti: «il nostro narratore più severo e più prossimo all’etichetta di scrittore civile», nel perfetto giudizio di Sergio Pent (“Tuttolibri”, 1° marzo 2008). La città dei ragazzi è stato salutato al suo apparire come un libro decisivo nella carriera dello scrittore romano. L’epigrafe posta in esergo al romanzo – «C’è un’opera umana da compiere…», di Pierre Teilhard de Chardin – delinea un orizzonte umano e letterario perseguito con tenacia e coerenza.

Affinati è insegnante presso la Città dei Ragazzi del titolo, la storica comunità alle porte di Roma fondata nel secondo dopoguerra dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing, una specie di comunità falansterio «dove il fanciullo amareggiato avrebbe trovato la dedizione degli adulti». Ieri, gli emarginati, i reietti, erano gli orfani di un’Italietta che usciva dalle macerie della guerra, oggi la categoria degli ultimi è appannaggio dei migranti in fuga da guerra e miseria dei loro paesi d’origine: Marocco, Romania, Afghanistan e tutti i sud del mondo. I nuovi poveri. Per loro l’insegnante Affinati ha uno sguardo comprensivo e di partecipazione sincera; a lui si rivolgono alunni alla ricerca di un approdo sicuro, di un padre forse, scrivendogli lettere che iniziano «Caro Raldo», dalla grammatica sbilenca ma dal sentire lucidissimo che va diritto a bersaglio.

La scuola qui è vista nel suo ruolo cruciale per un’integrazione degli stranieri nel tessuto sociale: è qui la sfida in cui la società multietnica di domani, già a partire da oggi, gioca la sua partita decisiva. Non c’è luogo più di un’aula scolastica, con ragazzi provenienti dalle più svariate parti del mondo, in cui possa trovarsi, e di fatto si trova, una convivenza possibile, la più spontanea a quell’età. La vicinanza col compagno di banco africano o moldavo smentisce nei fatti ostilità e paure diffuse nell’immaginario comune.

Non c’è abbastanza consapevolezza dentro, per non dire fuori dalla scuola, per questa opera enorme che giorno dopo giorno, mattone sopra mattone, a scuola si edifica. Quanto più facilmente, invece, si parla dei casi che fanno scandalo e rumore, quelli maggiormente spendibili mediaticamente, su giornali o You tube. Ma Affinati è ben consapevole della reale importanza del suo mestiere: «Quello che accade in aula produce effetti indelebili. È la potenza dell’insegnamento».

Sono tre le vicende che s’incrociano nel testo, in un racconto, come sempre in Affinati, dalla robusta vena saggistica: c’è il racconto della scuola, dove s’inventa ogni giorno la vita – come Claudio Magris, raccontando della sua esperienza di figlio di insegnanti, una volta ha scritto –, e più s’inventa e si rivela nella comunità falansterio, nuova scuola di Barbiana, con la presenza di ragazzi venuti da tutto il mondo, ciascuno con la sua storia ciascuna diversa; e poi c’è il racconto di un viaggio, quello del prof. Affinati, in direzione contraria a quello, cosiddetto della speranza, compiuto da tanti migranti: per accompagnare i suoi alunni marocchini Omar e Faris nella loro terra d’origine, dai loro padri, per conoscere la radice della loro storia, fino al limitare del deserto. Compiendo così – a voler riprendere una interessante notazione di Alberto Casadei (“Satisfiction” n. 3) – «un ulteriore passo nella direzione già indicata da uno dei suoi modelli, W. G. Sebald: quella di impossessarsi a livello corporeo dell’oggetto del proprio racconto»; infine c’è il racconto, a suo modo un altro viaggio, nella memoria, alla ricerca del proprio padre.

Un padre assente per buona parte della vita, la cui presenza più viva si è fatta dopo la morte, nel ricordo, nell’interrogazione di un figlio posto di fronte all’età adulta, quando diventa coetaneo del padre, e facilmente, anche suo malgrado, è portato a riconoscersi in lui. Suo padre, orfano, da ragazzino non era poi così diverso da quegli alunni stranieri che Affinati si trova di fronte. In loro ha riconosciuto suo padre: «Da morto mio padre mi restituisce quello che in vita non fu capace di darmi. Adesso sì, grazie a questi minori non accompagnati, ho la possibilità di ritrovarlo: se non ci fossero stati loro, l’avrei perso per sempre». Nei ragazzi alla ricerca disperata di una guida, un padre, l’insegnante Affinati rivede l’orfano, il figlio illegittimo che era stato suo padre, lo aveva perso e ora lo ha ritrovato. La città dei ragazzi è un libro sulla paternità negata e su quella ritrovata, perché nulla è mai perduto del tutto e per sempre. Prima o poi, qualsiasi gesto compiuto da un essere umano – la citazione all’inizio – assume rilievo collettivo.

Affinati sembra dire: tutto mi appartiene, non c’è nulla che del tutto mi sia estraneo, e tutto in un modo o nell’altro, anche il più inaspettato e indiretto dei legami infine si rivela; tutto si tiene assieme, e per reciproca rispondenza si sostiene e si spiega. A tratti coi segni di una vertiginosa corrispondenza, di una epifanica agnizione. Come avviene nel passo seguente: «Insegnare agli orfani per me significa eseguire il compito che mio padre e mia madre omisero di svolgere. Dev’essere questa la ragione per cui non ho figli. Se ne avessi generato anche soltanto uno, non avrei avuto le mani libere per riparare il danno che ho scoperto».